martedì 13 ottobre 2015

Volevo solo..

Volevo solo serenità. L'avevo provata per quasi due mesi, la fine del 2014 è stata travolgente, ma non in un senso euforico, piuttosto dilagante: ogni situazione volgeva al meglio e mi portava soddisfazione.
Forse di serenità potrei parlare anche ora, ma non con la sfumatura di felicità che dipingeva quei giorni che custodisco tra i più preziosi, forse per eccellenza.


Mi ritrovo a pensare al genere di persona che vorrei accanto, quando parlo di un amico, di un compagno, di un parente: mi serve tranquillità, non ho più l'elasticità energetica di un tempo e, forse, non potrei comunque impiegarla smodatamente, sprecandola. Non posso.

Tabula rasa, si dice..

Non vorrei ripiombare nel vuoto temporale che mi sono creato anni fa, ma la mia sostanza è quella.
Sono immateriale, come sostiene mia madre, un involucro opposto al contenuto.
Una forma così esile a ricoprire una sostanza così incontenibile, pericolosa, dolorosa.

Risuona "Hello" degli "Evanescence", adesso.

Vorrei poter conquistarmi una persona che mi ispiri, emozioni, stimoli, protegga. Vorrei poterla plasmare da un'uscita andata bene, da un ragazzo mio coetaneo che mi risulta affine; ma dove trovare la dedizione di compiere sacrifici per qualcuno senza riscontro? come scegliere quell'altra sostanza pronta a fondersi? perché sentirne il bisogno, soprattutto?

Volevo solo un sorso di quella sensazione, di nuovo, ma i giorni in cui accompagnavo l'addormentarmi con un sorriso sono terminati, nonostante sappia che -alti e bassi- ce ne siano altri oltre l'orizzonte della mia esperienza.

venerdì 12 dicembre 2014

Basta e avanza, ma se togli quel che avanza, già non basta più

Vi è mai capitato di iniziare a percepire l'eco di una potenziale "joie de vivre"?

Come fosse arrivato quel momento in cui, brick by brick tutto inizia a costruirsi o, meglio, a farsi costruire intorno a me. Mia madre diceva da anni "vedrai che appena inizierai a trovare l'inizio della strada, piano piano non potrai che percorrerla e tutto ti verrà così semplice", quasi a dire che avrei dimenticato come si soffre. Si soffre comunque, ma è dolce. Inizio ad assaporare quella sensazione, una sorta di realizzazione che va oltre il sociale e il sentimentale, li abbraccia sì, ma non li stringe, li porta con sé e mi fa sorridere, finalmente. Sono lacrime di gioia quelle che scorrono tiepide sulle mie guance, sono ricordi e timori quelli che hanno iniziato a scavare dentro, ma la pala per ora rimane incastrata nel terreno e visualizzo me, in questa distesa sconfinata di terra bruciata, con un piede sulla pala incastonata nel suolo e lo sguardo verso l'orizzonte, un mezzogiorno lucente che finalmente mi illumina il viso, troppo tempo tenuto nascosto alla luce perché chino durante la scavatura. 

Mi sento inspiegabilmente sereno, non felice, quello sarebbe un singhiozzo. Qualcosa che non è certezza, ma sollievo. Ringrazio, non chi o cosa, ringrazio e basta. Genero energia che mi convinco sia funzionale a ciò che io e la stessa energia di cui mi convinco abbiamo realizzato. Grazie, grazie, grazie.

Oggi mi accompagna questa, meno spirituale di quel che ci si aspetterebbe, ma complice.



martedì 15 aprile 2014

Chi merita

Avrei tanto da scrivere. Sto ascoltando Lykke Li, "I Never Learn", è vero. Riesce a vedere la musica, non cambia. Riesce sempre a stimolare il pianto, lo sfogo. Non imparo mai.


Ieri ho letto un articolo su quanto il mondo, la società, in realtà esigano sempre qualcosa da noi. Su quel che non vorremmo mai sentirci dire. Noi siamo inutili se solo pieni di alta spiritualità e bontà. A nessuno importerà delle nostre qualità, se non saranno utili a qualcuno. Potremmo pensare "a livello psicologico potremmo comunque confortare gli altri", di conforto si campa? Perché l'essere umano dev'essere così debole? Perché non bastano consapevolezza e accettazione di sé per campare? Per continuare questo tragitto, che ogni giorno mi stufa di più? Non era questo che volevo scrivere, condividere. Non so perché ormai non riesca più a esprimermi come voglio. Buttarmi in qualcosa che mi piace. Buttarmi. Mi rimbomba nel cranio il verbo. "Lo sto facendo", mi dico, lo sto facendo... Vi siete mai chiesti a chi importa? A chi davvero passa qualcosa di voi? A chi nasce un sorriso esplorando l'immensità altrui? Mi sento come estraneo alla mia vita, quando osservo quel che accade, chi incontro, chi mi osserva. Mi piaceva un tempo, forse mi piace tuttora. Chi ne giova, però? Io no, voi no. Nessuno. Eppure resto qui a non entrare nei miei movimenti, a cercare di dare impulsi che fisicamente si generano, sì. Fisicamente. Assorbo la cattiveria, la somatizzo, raccolgo i frutti del male che seminate ogni giorno. Ne soffro come una bestia e la gente esige altro, non basta lo schifo che provo, non basta la serenità che riesco ad assaporare in quegli sprazzi tra le nuvole attraverso cui sfrecciano i raggi di sole. Come dopo la pioggia. Non mi improvviso poeta, scrivo quel che penso, non cerco riconoscimenti, oggi. Oggi no, perché ormai ho capito. Rinunciatario. Sembro. Sono?
Chi ci conosce davvero? Chi non si sente protagonista delle mie parole? Ho scritto belle frasi di recente. Vorrei riportare qualche conversazione che ho sostenuto con diversi soggetti. Una mia amica strettissima, un ragazzo random di cui non ricordo il nome, ma le parole. Altro forse.


(decontestualizzate, immergetevi, qui la richiesta d'aiuto era l'ennesima e la mia "risposta" prolissa necessaria)

sabato 9 novembre 2013

Alla fine, cosa cambia?

Non sono uno scrittore, anche se letteralmente potrei definirmici nell'atto di scrivere, quindi non so quel che verrà fuori, so solo che dopo tanto tempo forse ho voglia di scrivere, voglia di sfogarmi, voglia di piangermi addosso, voglia di giustificarmi, voglia di distinguermi, voglia di emergere. Come sempre. Non mi sento monotono, semplicemente incompreso. Voglio far leggere a te questo solo perché so che forse puoi capire, perché so che ti piace riempirmi di complimenti, perché qualche riga per te non sarà una confessione d'amore, ma una richiesta d'aiuto, al massimo. Il post non nasce come "lettera a te", ma mentre ho iniziato a scrivere ti ho pensato e quindi ti dedico questo spazio. Per gli altri che leggeranno non cambierà nulla, magari potreste imparare anche voi a conoscermi per più di quel che sembro, di quel che gli altri vogliono sempre farmi sembrare.

Sto ascoltando una canzone, che potrebbe risultare odiosa per il genere, per il cantante, per il video, ma mi auguro non per il testo (tranquilli non tirerò fuori qualche pezzo di Britney spacciandolo per "la canzone della mia vita" come fa quel bono su fb che magari è un cretino e io che ancora lo adoro solo per due minchiate che sa scrivere e le foto col suo cane simil-malaticcio). Certo non è una canzone di Lucio Battisti, De André, non è una poesia, ma racconta in molte parti quel che sento io troppo spesso. Forse sentirsi pedine di un gioco crudele che non si riesce a giostrare non significa per forza che si sia nel giusto. Ma cos'è il giusto? O lo sbagliato? Penso spesso che tutto sia relativo (sì, ora vi scrivo il titolo della canzone, anzi, ve la posto proprio qui sotto),



che le poche azioni da non doversi permettere di compiere siano solo il procurare forte dolore, uccidere, uccidersi... la rovina insomma. Se poi ci si aggiunga l'ingrediente del volersi bene non ci si dovrebbe rovinare in nessun modo. Io non ci riesco, anzi, sono proprio esperto nel mettermi i bastoni fra le ruote (?). La mente guida tutto, conduce a troppi fermi che non riesco a "smuovere".
La canzone mi rispecchia, come magari rispecchia molti altri, proprio perché l'intenzione parte come buona, positiva, ottimista. Ma guardate cosa ne è rimasto delle mie buone intenzioni, guardate come si rimane sempre fregati, incolpati, pieni di dolore, quando qualcun altro recita per noi la parte del sofferente, macchiandoci di insulti e menzogne che la massa riconosce e alimenta.
Sono solo stufo, non riesco più a far qualcosa perché senta il dovere di dimostrare agli altri. A me ho già dimostrato molto, tenendomi in vita. Apparirà drammatico, tragico, ma è così.
Sono stato al popstarz ieri notte, sono stato mediamente bene, ma ero con una persona con cui purtroppo proprio non mi riesco a trovare. Mi chiedo sempre quando arriverà la persona giusta, la persona per me, pur sapendo che non ci sarà. In realtà mi basterebbe ogni tanto sapere di avere qualcuno che mi comprenda: tutto ciò va aldilà del semplice fidanzatino, del compagno con cui condividere bei momenti. In realtà vorrei qualcuno che sappia capirmi, accompagnarmi, insegnarmi, guidarmi nella maniera più appropriata. Il che non implica una mia debolezza nel senso di "prendere coscienza di sé e di essere comunque un cervello a sé stante", ma solo la voglia di non vedersi frainteso, detestato senza motivo, etichettato come poco credibile, considerato una troia, criticato da quel pelato osceno che dovrebbe essere laureato (e non in medicina, ma in qualcosa che coinvolge e, si spera, travolge tutti i sensi, le menti, le anime), insultato alle spalle dalle persone che si sono considerate le più strette. In realtà mi fate tutti schifo, l'orrore che sento quando penso a chiunque supera di gran lunga la mia voglia di trovare qualcuno da non detestare o disgustare. Questo ovviamente è la conseguenza, altrimenti sarebbe facilmente motivabile il perché delle reazioni altrui nei miei confronti.

Mi sono fermato, ho ascoltato altre canzoni. Mi fermo sempre.

Cosa si fa quando si è fermi? O quando si crede di esserlo? Sembro più triste di quel che sono probabilmente. Non so cosa voglio, so solo quel che non voglio e non faccio molto per evitarlo, comunque.

Ora smetto, magari riprendo a scrivere qualcos'altro più in là.

martedì 15 ottobre 2013

Osservi persone e pensi non siano umane


Capita di scorrere la home di Facebook e di pensare che molte delle persone che, in un modo o in un altro, sono entrate in contatto con noi, virtualmente o fisicamente, non riusciamo proprio a concepirle come esistenti in base a come appaiono. Mi spiego. Non riesco a immaginarmi una vita "felice" nei loro panni, con le loro foto tristi e i loro momenti patetici spiattellati su Facebook, ma poi capisco, poi penso, poi affronto la realtà. Io sono felice? No. Io non sono triste? No. Io non sono patetico? No. Io non posso apparire come loro vengono percepiti da me? No.
Quindi sì, sono un altro dei tanti tizi tristi che compaiono nella home di qualcuno, facendolo sentire più vivo perché magari, nella sua concezione, io sono solo un poraccio patetico.


Semplicemente, non c'è motivo.